Il Sole 24 ore (Cesare De Michelis)

domenica 11 marzo 2012
di  NLLG

Quindici chilometri di morti

Cesare De Michelis

Il Sole 24 ore, 5 febbraio 2012


Quando nel 2001 scrisse in ceco questa singolare breve storia del Novecento, Patrik Ourednik era un parigino d’adozione, un esule politico venuto via da Praga che si industriava in molte attività editoriali e letterarie, oltre che a giocare a scacchi. Ora Europeana è un successo internazionale tradotto in ogni lingua e, dopo la primitiva uscita con un piccolo e coraggioso editore siciliano – :duepunti –, continua a incuriosire e divertire i suoi lettori, tanto da essere ritradotto e riedito da Quodlibet.

Il secolo scorso si presenta a chi cerca di ricostruirne l’immagine assolutamente non rappresentabile, irragionevolmente contraddittorio, refrattario a qualsiasi ordinamento, e così l’unica strada per riconoscerlo è quella impervia di un perenne scarto da un’unità di misura all’altra, da un codice, una lingua, una disciplina ad altri affini, ma anche remoti, cosicché proprio il paradosso che ne esce apre uno spiraglio nell’opaca impenetrabilità di un tutto dissennato e insensato; mescolando come in un caleidoscopio le tessere di un universo infranto, che, riflesse, finalmente trovano un ordine.

Provo a spiegarmi: tutti siamo a conoscenza dell’enormità delle stragi umane compiutesi nel corso delle guerre mondiali, anche se, al tempo stesso, quei numeri di sei o sette cifre che si ripetono ossessivamente diventano incapaci di emozionare o commuovere, privi di relazioni con la vita, il dolore, la sofferenza e la morte. Ourednik, allora, piuttosto che contare i cadaveri dei soldati caduti, li misura in chilometri: ciascuno è alto più o meno un metro e settantadue, messi in fila, “uno con i piedi contro il cranio dell’altro”, diventano un filo di oltre quindici chilometri; oppure, forte di un calcolo sovietico, immagina quanto concime si sarebbe potuto ricavare da uno solo di quei disperati chilometri, risparmiando al tempo stesso un sacco di soldi.

Naturalmente, queste sono solo le prime informazioni che Europeana offre, poi il discorso – la storia – si complica, mescolando temi e argomenti diversi, segnando affinità e assonanze non sempre immediatamente evidenti, ma insinuanti, perché accostando notizie apparentemente raccolte a caso nel barile della memoria si rivela nel suo sconcertante orrore l’identità del Novecento, la sua inesauribile follia. L’invenzione del concetto di genocidio è il risultato giuridico del processo intentato ai criminali di guerra nazisti, e l’iprite ha questo nome perché, quello che “tra tutti i gas… si rivelò il più efficace”, fu usato per la prima volta “nei pressi della città di Ypres”.

Il Novecento, se per un verso è il trionfo dei totalitarismi europei, imparentati tra loro da affinità tutt’altro che superficiali, dall’altro, e non senza diretta relazione con essi, è la constatazione della fine dell’umanesimo che segue la delusione provocata “dal fatto che la scuola dell’obbligo e l’istruzione e la cultura e il progresso tecnologico non avevano reso l’uomo migliore e più umano”, o, su tutt’altro registro, la constatazione che “niente è metafisico ma tutto è relativo”, o, ancora, che “i sogni più folli divennero – allora – realizzabili”. Una storia, forse, Europeana non riesce proprio a raccontarla, perché su di essa incombe la teoria tardo novecentesca della sua fine, ma un’idea la offre e tutt’altro che ovvia del secolo che sta alle nostre spalle e di una civiltà sull’orlo di una catastrofica fine.


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