Le reti di Dedalus (Massimo Giannotta)

Publié le jeudi  6 septembre 2012


Lo spaziotempo del Novecento come pura entropia

di Massimo Giannotta

Le reti di Dedalus

12 febbraio 2012


Europeana. Breve storia del XX secolo è un libro dello scrittore praghese trapiantato a Parigi, accolto da vivaci reazioni tra detrattori e incondizionati ammiratori. Si tratta di un tentativo di lettura anti-ideologica, quasi meramente elencatoria degli eventi e fatti, anche minimi, che hanno contrassegnato lo scorso secolo, mostrando insieme il nonsenso di un qualsiasi racconto storico, ma d’altra parte fornendo lo stimolo a ciascuno di istituire le proprie connessioni, di ritagliarsi il proprio, autonomo percorso critico e interpretativo.

Patrik Ourednik, praghese trapiantato a Parigi, autore di Istante propizio, 1855, è stato definito un “anarco-libertario radicalmente avverso al comunismo reale”. È un autore che teorizza la separazione tra la scrittura e la letteratura in quanto la prima avrebbe le stimmate di una “rinnovata innocenza” rispetto alla seconda che sarebbe sostanzialmente mendace.

Nel suo argomentato articolo (Un anarco-libertario radicalmente avverso al ‘comunismo reale’) apparso su Le reti di Dedalus, Ignazio Delogu diceva : “Capire Patrik Ourednik, vuol dire capire una modalità della scrittura nell’atto stesso in cui nega se stessa in quanto ‘letteratura’ per riproporsi con rinnovata ‘innocenza’ come ‘scrittura’ ”. E ancora : “E dunque, scrittura non è letteratura. È comunicazione diretta, senza infingimenti e senza abbellimenti. I merletti. Senza estetismi. Senza compiacimenti autoreferenziali che pretendono di interpretare ciò che in realtà chiede soltanto di essere inteso. La scrittura è la segnalazione grafica, la traccia, la planimetria della realtà. Com’è non come appare. La letteratura si accontenta dell’apparenza o meglio, somma apparenza ad apparenza, travestimento a travestimento, facies a facies”.

Ourednik ha detto : “Non mi sottraggo alla scrittura ; non ho che farmene della letteratura. La scrittura è verità, la letteratura è menzogna.”

Naturalmente questa affermazione non convince. La scrittura non è “verità” solo perché viene esaminata nella sua oggettiva concretezza, è sempre altro, è comunque interpretazione. La funzione critica della letteratura che interpreta ed analizza la realtà, non sembra essere presa in considerazione, anzi viene respinta. A rigor di termini quindi, non si può neppure parlare di pensiero debole, in quanto la scrittura vorrebbe rifuggire dall’interpretazione (anche se questo non è vero neanche per Ourednik). Concordiamo con Delogu che conclude la sua riflessione decidendo alla fine di passare a dare un giudizio complessivo sul lavoro dell’autore : “Per interessata, partigiana, faziosa che possa sembrare, la scrittura di Ourednik è libertaria e liberatrice, insieme. Lo è tanto più in quanto rifiuta il ‘luogo comune’ non solo nell’affabulazione, ma nel discorso politico e morale. Due termini che non soltanto coesistono, ma nella sua scrittura, sono inseparabili e irrinunciabili”. E ancora : “La scrittura di Ourednik. abbandona sostanzialmente il tono moralistico-profetico (com’era da attendersi), per farsi narrazione, nella sia pur irrinunciabile ‘deriva saggistica’ che la caratterizza. Una scrittura, dunque, allusiva, indagatrice, inquisitoria e, sino a un certo punto, spietata”.

Abbiamo l’impressione che molte delle esternazioni dell’autore, spesso contraddittorie, riferite da diverse interviste e che rischiano di risultare fuorvianti nell’analisi di questo testo, siano attribuibili a un atteggiamento apertamente e volutamente provocatorio che, se poco aiuta dal punto di vista critico, va esaminato nelle sue conseguenze generali.

Ci siamo convinti che i margini di ambiguità fanno organicamente parte dell’intenzione dell’autore. Sembrerebbe che siamo dunque di fronte a un caso in cui un autore rende intrinsecamente problematico il suo stesso progetto.

Europeana – Breve storia del XX secolo (:due punti Edizioni, Palermo, 2011, trad. di Elena Paul, pp. 160, € 20,00) è stato definito un esperimento di “anarchia applicata alla storia”. Ci è sembrato dunque il caso di esaminare l’opera al di là delle esternazioni e delle contraddizioni dietro cui l’autore si nasconde come dietro una cortina di fumo.

Viene da chiederci, innanzi tutto, come dovrebbe essere scritta la storia e come la scrive Ourednik. Non ci risulta che vi sia una storia che non passi attraverso un’interpretazione e osserviamo che anche Ourednik, propone la propria. Scrivere una storia in cui parlerebbero i nudi fatti è una contraddizione in termini. L’oggettività è in se stessa ideologica.

L’autore in una delle tante interviste ha espresso la sua concezione di “banalità della storia” che egli renderebbe evidente, appunto, con la sua scrittura.

Ci troviamo di fronte a un testo senza virgole, con un uso reiterato della congiunzione “e”. Una prosa che vorrebbe configurarsi come una “narrazione senza narratore”, una prosa che ci ha ricordato quella dei vecchi testi scolastici per le elementari, i cosiddetti “sussidiari”, scritti in uno stile che probabilmente si vorrebbe definire “piano ed oggettivo”, e in cui vengono inserite accanto a fatti rilevanti, riportati nella maniera più anodina, notizie più o meno trascurabili, per così dire “di colore”, insieme all’utilizzo ricorrente di immancabili luoghi comuni. Una scrittura povera, ma ritenuta accessibile, in realtà francamente melensa e spesso fuorviante, in cui però vengono rigidamente conservate le coordinate spazio-temporali che ne costituiscono l’ossatura.

Ourednik invece mescola tali coordinate delocalizzando il tempo e lo spazio a rappresentare una situazione sincronica o meglio suggerendo una visione sincronica, svicolata dal solito meccanismo diacronico.

Ne risulta un linguaggio fortemente straniato che spezza ogni catena di casualità, sottraendo i comuni punti di riferimento. Questo vorrebbe essere stimolo per il lettore a ricollegare, riallacciare i fatti e ricostruire i bandoli. Certamente questo elemento che con strumenti narrativi, per così dire leggeri, stimola un secondo livello di lettura attiva, costituisce una delle caratteristiche del testo. Alla lettura si presenta una forsennata giostra dove convivono campi di concentramento, l’epilessia ereditaria e non ereditaria, le rivolte razziali, misteriosi approcci entomologici all’amore umano, “il lavoro” che “rende liberi”, i soldati simulatori, le guerre mondiali, il nazismo e comunismo, la bambola Barbie, la teozoologia, gli stadi avanzati della società valutati dal numero della vasche da bagno, evoluzionismo e creazionismo ecc. ecc. ecc.

Sono pochi e piuttosto critici i riferimenti all’attività artistica e creativa che viene presentata come rappresentazione dell’assurdità del mondo : “E gli scrittori e gli artisti si chiedevano come esprimere il loro stupore di fronte a cose simili (si parla della Grande Guerra) e inventarono il dadaismo perché erano dell’avviso che fossero cose strampalate e i russi inventarono la Rivoluzione d’ottobre”. Si parla anche della cosiddetta “arte degenerata” contrapposta all’“arte tedesca” secondo i nazisti. Poi anche : “Quando la gente ha smesso di credere in Dio si è messa a cercare il modo di esprimere l’assurdità del mondo inventando il futurismo e l’espressionismo e il dadaismo e il surrealismo e l’esistenzialismo e il teatro dell’assurdo. E i dadaisti volevano mettere fine all’arte antica e facevano arte con cose nuove come il fil di ferro i fiammiferi e i ritagli e i titoli dei giornali e gli elenchi telefonici ecc. e dicevano che era un’arte nuova e assoluta.”

Ogni responsabilità personale viene messa da parte, non viene ricordato alcun personaggio, ogni avvenimento viene spersonalizzato.

Ci si chiede se, nonostante il dichiarato (ma non praticato) rifiuto dell’interpretazione, si descriva (e interpreti) la storia in termini di massimo della entropia, ovvero del disordine e della follia. In questa concezione giocano, ci sembra, spunti nietzschiani in riferimento all’ostentata apparente deresponsabilizzazione. Il lettore viene messo brutalmente di fronte al peso della banalità e spesso alla mancanza di senso dei luoghi comuni che si affollano in tutto il testo. Ciò ci porta a credere che l’autore voglia, denunciare, nella sua maniera obliqua, la loro capacità fuorviante e distruttiva. Leggiamo :

“Alla fine del XX secolo la gente si chiedeva se bisognava festeggiare l’inizio del nuovo millennio già nel 2000 oppure nel 2001. Per quelli che aspettavano la fine del mondo la questione era importante anche se, alla maggior parte della gente non interessava e altri che aspettavano la fine del mondo pensavano che sarebbe arrivata un giorno qualunque. Certi cristiani dicevano che in ogni caso si era già nel 2004 perché Gesù era nato quattro anni prima. E secondo il calendario ebraico eravamo già nel 5760 mentre secondo il calendario mussulmano eravamo soltanto nel 1419 e secondo il calendario giuliano eravamo in anticipo rispetto al calendario gregoriano ragion per cui nel 1917 la rivoluzione d’ottobre era scoppiata a novembre. I buddisti non s’interessavano alla questione perché secondo il calendario buddista eravamo nell’anno 2542 dell’era del Buddha Shanjkara ma anche perché i buddisti si preoccupavano piuttosto della loro reincarnazione in rana o in formichiere o in cercopiteco ecc. Nel XX secolo in Europa il buddismo e il taoismo fecero molti adepti che suonavano il gong usando bacchette con la punta di feltro e respiravano con il diaframma e parlavano dello yin e dello yang e scrivevano libri mistici e dicevano che il mondo è pieno di misteri ma soltanto in apparenza perché in realtà tutto è armonia. E quando qualcuno aveva vissuto qualcosa di misterioso scriveva un libro perché l’era mediatica era venuta e tutti volevano scrivere un libro”.

Ancora :

“Gli ariani erano una razza dolicocefala riconoscibile per la pelle bianca e per il cranio il cui rapporto lunghezza-larghezza era inferiore a 75 e per lo spirito creativo e il senso della collettività. I nazisti dolicocefali dicevano che la natura è crudele ma giusta e che se si volevano imporre idee rivoluzionarie e valori e una giustizia suprema e nuova bisognava conformarsi alla natura. E che la storia era una lotta eterna tra verità e menzogna e che ognuno doveva scegliere da che parte stare. Chi non avesse scelto da che parte stare sarebbe stato spazzato via dall’uragano della storia”.

E ancora :

“Gli storici dicevano che la memoria storica non era una componente della storia e che la memoria era passata dalla sfera della storia a quella della psicologia e questo aveva inaugurato un nuovo dominio della memoria nel quale non era più in questione la memoria dell’avvenimento ma la memoria della memoria. E che la psicologizzazione della memoria aveva suscitato nella gente il sentimento che c’era un debito da pagare al passato ma senza che si sapesse quale fosse e a chi dovesse essere pagato.”

“E i medici americani consigliavano ai loro concittadini di respirare aria pura e fare sport e andare in bicicletta per mantenersi in forma. La bicicletta era particolarmente raccomandata per gli uomini perché per le donne si era rivelata inopportuna e i medici hanno spiegato che lo sfregamento della sella contro vulva e clitoride eccitava la donna incitandola a pratiche sessuali perverse. Per impedire alla donna di abbandonarsi a pratiche sessuali perverse si è provato a costruire selle a forma di mezza luna che però si sono rivelate poco confortevoli.”

“E nel 1999 gli amish hanno venduto una quantità dodici volte superiore alla media di candele e ceppi di pino e macinini da caffè ecc. perché tutti avevano paura che il MILLENNIUM BUG mettesse fuori servizio le linee elettriche.”

“E i filosofi dicevano che il mondo era ormai entrato nella civiltà della copia e che tutto era solo la copia di una copia di una copia”.

Ci troviamo coinvolti in una sorta di volo radente senza una direzione prestabilita (tanto meno diacronica) in cui accadimenti anche paradossali del XX secolo sono offerti per un attimo al lettore- spettatore che si trova così a considerare avvenimenti (banali, drammatici o assurdi) con uno sguardo sommario che dovrebbe innervare una riflessione critica.

Operazione stimolante a suo modo, innesco ad approfondire logicamente nessi volutamente omessi, e che mira a ottenere quello che l’autore cerca di indurre in ogni singolo lettore : costruire il proprio libero itinerario di interpretazione attraverso un ripensamento di fatti e situazioni di cui si descrivono particolari effetti. Europeana costituirebbe dunque un meccanismo di stimolo interattivo tra scrittura, lettura e riflessione.

Ma questo è un libro anche volutamente meticcio, quindi non senza ambiguità, le cui indicazioni, per la costante attenzione dello scrittore agli aspetti ludici, possono essere fraintese in una sua lettura come testo fondamentalmente “divertente”. Il lettore si trova dunque di fronte a voluti elementi fuorvianti che aumentano il rischio di non provocare quelle domande che impegnano a rivedere, non ostanti le insidie e le trappole del luogo comune, a riflettere e cercare la propria spiegazione. Ourednik non traccia dunque una strada assolutamente netta e riconoscibile, probabilmente per eludere il rischio di un’assertività che probabilmente sentirebbe come troppo ideologica, o peggio autoritaria : preferisce lasciare aperte diverse vie e possibili diverse fruizioni, ma sostanzialmente, secondo noi, avendo ben chiaro il suo obiettivo centrale di stimolo critico. Un lavoro particolare che richiede più di una lettura e che può produrre insperati e stimolanti frutti.